Quanto vale un libro usato? Sei libri per dieci euro, dopo il Salone
Un libro usato può costare pochissimo e valere molto più del suo prezzo. Non perché ogni volume trovato su una bancarella custodisca necessariamente un capolavoro, ma perché il valore della lettura comincia spesso proprio quando il commercio ha già finito di fare i suoi conti.
Qualche giorno fa, mentre Torino celebrava il Salone Internazionale del Libro, io mi trovavo in un luogo molto diverso.
Un mercato settimanale.
Non un mercatino antiquario, non una fiera dedicata alle prime edizioni, non una di quelle geografie ordinate in cui i libri sembrano disporsi sugli scaffali con una certa coscienza della propria rispettabilità.
Un mercato vero. Popolare. Mediterraneo.
C’erano bancarelle alimentari e odori di cibo di strada. C’erano articoli per la casa, stoffe colorate, scarpe gettate in mucchi diseguali, abiti nuovi e usati ammonticchiati sotto i tendoni bianchi. C’erano uomini e donne che passavano da una bancarella all’altra, sacchetti nelle mani, occhi allenati a distinguere l’occasione dalla cosa inutile.
Ogni oggetto sembrava aver smarrito una parte della propria storia e aspettarne un’altra.
Poi, tra quella confusione di tessuti, voci, prezzi scritti in grande e cose già appartenute a qualcuno, sono comparsi i libri.
Ne ho comprati cinque più uno.
Per dieci euro.
La formula, bisogna ammetterlo, possiede una sua strana eleganza: cinque libri scelti, uno aggiunto. Cinque decisioni e una deviazione. Come se il mercato, dopo avermi venduto ciò che credevo di volere, avesse deciso di consegnarmi anche ciò che ancora non sapevo di cercare.
Il prezzo di un libro e il valore della lettura
Quanto vale un libro usato?
La risposta più semplice è scritta sul cartellino, o detta dalla voce del venditore: un euro, due euro, cinque euro. Dieci euro per sei libri, nel mio caso.
Ma questa risposta misura soltanto il trasferimento dell’oggetto. Dice quanto denaro occorre perché un libro passi da una mano all’altra. Non dice nulla di ciò che accadrà dopo.
Non dice se una frase arriverà nel giorno giusto.
Non dice se una pagina già ingiallita aprirà una stanza dimenticata.
Non dice se un libro trovato quasi per caso riuscirà a insinuarsi nella vita di chi lo ha acquistato con maggiore ostinazione di un volume atteso per mesi.
La cultura ha bisogno di un prezzo. Sarebbe troppo comodo fingere il contrario.
Un libro nuovo esiste perché qualcuno lo ha scritto, corretto, composto, stampato, distribuito, presentato, venduto. Dietro una copertina ci sono mestieri, tempo, professionalità, rischio e lavoro. Dire che la cultura dovrebbe essere gratuita per il solo fatto di essere cultura significa spesso chiedere a chi la produce di vivere di gratitudine, che è una moneta bellissima ma, temo, scarsamente accettata dai fornitori di energia elettrica.
Eppure il prezzo non esaurisce il valore.
Il prezzo consente al libro di entrare nel mondo.
Il valore decide quanto a lungo saprà restarci.
Che cosa conserva un libro usato
Un libro usato non è un libro dimezzato.
Può avere una copertina stanca, il dorso piegato, qualche pagina meno docile delle altre. Può portare una firma sul frontespizio, una sottolineatura incerta, un angolo ripiegato, perfino il segno irritante di chi ha creduto opportuno dialogare con l’autore a penna blu.
Ma proprio in questo risiede la sua differenza.
Il libro nuovo promette.
Il libro usato testimonia.
Ha già abitato una stanza. È stato forse letto in una cucina, dimenticato in una valigia, lasciato sul comodino durante un’insonnia, prestato e mai richiesto indietro, venduto per necessità o per semplice mancanza di spazio.
Non conosciamo la biografia dei suoi precedenti lettori. Ne riceviamo soltanto le tracce, come accade quando si entra in una casa disabitata e una tazza sul davanzale basta a provare che qualcuno, un tempo, guardava da quella finestra.
Acquistare un libro usato significa accettare che la lettura non cominci sempre da una pagina intatta. A volte comincia da un passaggio di testimone.
Dal Salone del Libro alla bancarella
Il Salone Internazionale del Libro di Torino ha appena richiuso le sue porte.
È il luogo in cui il libro si mostra nella sua nascita pubblica: gli editori presentano ciò che hanno scelto di portare nel mondo, gli autori incontrano lettori reali e possibili, le copertine nuove occupano tavoli, cataloghi, conversazioni. La letteratura, per alcuni giorni, riceve una casa comune e affollata.
Il mercato settimanale sembra appartenere a un universo opposto.
Non presenta novità.
Non costruisce programmi.
Non convoca incontri sull’avvenire della lettura.
Eppure, tra un mucchio di camicie e un bancone di scarpe, custodisce un’altra funzione non meno necessaria: permette ai libri di ritornare.
Il Salone celebra il libro quando nasce.
Il mercato lo accoglie quando ricomincia.
Non sono due mondi nemici. Sono due momenti della stessa circolazione.
Senza la filiera editoriale, il libro non arriverebbe al lettore. Senza lettori disposti a conservare, donare, prestare, vendere, ritrovare e rileggere, il libro rischierebbe di coincidere soltanto con la stagione della sua uscita.
Una cultura viva non è fatta unicamente di novità.
È fatta anche di ritorni.
Quando la cultura passa di mano
Nel mercato popolare tutto passa di mano in modo visibile.
Un vestito cambia corpo.
Una pentola cambia cucina.
Un tessuto cambia finestra.
Una scarpa, se il destino le è favorevole, trova un altro piede meno esigente del precedente.
Il libro compie un movimento più misterioso. Cambia scaffale, certo. Ma, prima ancora, cambia coscienza.
Lo stesso romanzo letto da due persone non è mai lo stesso romanzo. La stessa pagina, letta a vent’anni o a sessantacinque, appartiene a due libri diversi, anche se la carta ostinatamente sostiene il contrario.
Forse per questo l’incontro con quei sei volumi mi ha colpito più del previsto. Non li ho cercati in un catalogo. Non li ho ordinati dopo una recensione. Non mi erano stati indicati da un algoritmo particolarmente premuroso.
Erano lì.
Tra il rumore e il sole, tra oggetti senza prestigio e vite quotidiane che non avevano alcuna intenzione di diventare metafora.
Mi aspettavano senza saperlo.
Una biblioteca personale è una biografia nascosta
Una biblioteca personale non è l’elenco dei libri che possediamo. Non è neppure l’elenco dei libri letti. È qualcosa di meno ordinato e più sincero.
È l’archivio delle nostre attrazioni inspiegabili.
Ci sono libri che abbiamo acquistato perché tutti ne parlavano e che non siamo mai riusciti ad amare. Libri entrati quasi in sordina e rimasti con noi per decenni. Libri che ci hanno dato una risposta. Libri che hanno avuto il merito, assai più raro, di renderci impossibile una vecchia domanda.
Per questo la Biblioteca di Panfilo Tàgora non potrà essere una semplice vetrina di consigli.
Dovrà essere una stanza viva: libri letti, interrogati, sottolineati, talvolta contraddetti; libri accolti non perché impeccabili, ma perché capaci di generare una risonanza.
Anche un libro comprato in mezzo a una bancarella di mercato può meritare di entrarvi.
Forse soprattutto quello.
Perché non è arrivato con la compostezza di un invito ufficiale. È apparso tra le cose comuni, dove spesso il visibile si distrae e lascia filtrare qualcos’altro.
Sei libri, sei possibili soglie
Non dirò ancora quali libri ho portato a casa. Nei prossimi giorni, forse, li presenterò uno a uno.
Dirò quale voce contengono, perché la mia mano si è fermata proprio su quella copertina, quale relazione potrebbe nascere tra quelle pagine e il mio universo letterario.
La rivelazione merita un piccolo tempo d’attesa. Anche i libri, dopotutto, hanno diritto a entrare in scena con una certa dignità, soprattutto dopo essere stati recuperati dal brusio di una bancarella.
Ho pagato dieci euro per sei libri.
Ma lo scontrino, quando si parla di lettura, è sempre un documento incompleto.
Registra ciò che abbiamo speso.
Non ciò che potremmo ricevere.
Il libro ha un prezzo.
La lettura comincia dove finisce lo scontrino.
Il visibile è solo l’inizio. ◈
FAQ
Quanto vale un libro usato?
Il valore economico di un libro usato dipende da edizione, stato di conservazione e reperibilità. Il suo valore culturale e personale, invece, dipende dall’incontro con il nuovo lettore e da ciò che la lettura riesce a generare.
Comprare libri usati svaluta la cultura?
No. Il mercato dell’usato non sostituisce la filiera editoriale del libro nuovo, ma prolunga la vita dei volumi già pubblicati e favorisce l’accesso alla lettura.
Perché un libro usato può essere importante in una biblioteca personale?
Perché porta con sé una storia materiale e può arrivare al lettore in un momento inatteso. Una biblioteca personale racconta anche gli incontri casuali che hanno lasciato una traccia.
Che cos’è la Biblioteca di Panfilo Tàgora?
È la sezione dedicata ai libri letti, amati, studiati o incontrati lungo il percorso dell’autore: non un catalogo neutro, ma una mappa di letture e risonanze.
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